Dico subito che non l’ho scritto io. Di questo libro sono stato il curatore e l’editor. L’ho proposto a Susanna Ripamonti e all’editore: la prima l’ha scritto con Roberta Ghidelli (non è una mia parente e non la conoscevo prima di questo volume) e il secondo ha accettato non soltanto di pubblicarlo ma di devolvere il ricavato delle vendite al periodico carteBollate il bimestrale pensato e scritto dalle cittadine e dai cittadini detenuti nel carcere di Bollate. Ecco di cosa tratta.
Il nostro un sistema detentivo è stato fatto e pensato per i maschi e dai maschi, e non è in grado di capire la specifica sofferenza femminile. Il volume propone e rielabora le testimonianze, raccolte nell’arco di quasi vent’anni, di donne detenute attraverso uno sguardo particolare, quello del periodico carteBollate. Dalle sue colonne o con racconti diretti, decine di donne descrivono come vivono il carcere, l’amarezza e l’inutilità di quella afflittività aggiuntiva, distribuita a piene mani dall’Istituzione e non prevista in nessuna sentenza di condanna, ma che alimenta il potere di vietare. Ma quando si proibisce qualcosa si calcolano mai i rischi e i benefici? si chiedono le autrici davanti a Roberta che, per la prima volta dopo 15 anni di detenzione, guarda allo specchio (oggetto proibito in prigione) le trasformazioni del proprio corpo. La risposta è no, non si calcolano, o meglio vengono calcolati sulla base del solo parametro della sicurezza: poiché tutto può essere strumento di offesa e aggressione, tutto viene proibito. Chiuse nelle loro celle, le donne vivono la follia della quotidianità e immaginano un possibile futuro. Le loro parole possono aiutarci a ritrovare una razionalità oltre l’assurdo e a capire le ragioni del loro disadattamento, del loro rifiuto del carcere e della loro ribellione.




